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Stefano Bressani - Sculture vestite

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PAOLO DE GRANDIS

L’arte di Stefano Bressani nasce da un talento innato, da un bisogno interiore cui non riesce a sottrarsi, una passione, uno stimolo, urgenza di tradurre emozioni.

Passione che ho avuto modo di condividere in occasione della scorsa edizione di OPEN, Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni dove Stefano, con la curatela di Serena Mormino, ha presentato l’imponente Skultoflower, con cui ha vinto inoltre il Premio Speciale Arte Laguna.

E proprio la fervida e virtuosa collaborazione che mi lega a Serena Mormino ormai da molti anni mi ha dato l’opportunità di poter apprezzare la forza espressiva delle sue opere che si nutrono della pratica fotografica, del disegno e del tessuto come materia eletta. Un’indagine che si è sviluppata negli anni in forma tridimensionale dove la stoffa non è soltanto il mezzo espressivo ma è esso stesso sostanza sensibile che cattura la durata e l’estensione. Una tecnica la cui matrice è riconducibile al patchwork, una forma d’arte che ha attraversato le culture e il tempo in maniera trasversale, a dimostrazione che il tessuto è materia privilegiata dell’arte. Quando di pari passo con la tradizione del racconto orale si muove la tradizione preziosa del patchwork dove gli scampoli di ricordi, ritagli di memorie, lembi di immaginazione che nell’armonia o nella distonia dei colori e delle forme tramandano il passato per creare il futuro. Stefano Bressani ha costruito allora un enorme laboratorio-officina dove gli utensili da lavoro ed i tessuti si trasformano in materia tridimensionale attraverso una lucidissima tecnica ad incastro perfetto. Sculture la cui epidermide echeggia altresì all’antico lustro di Bisanzio, il Cloisonné dove il colore diviene protagonista assoluto, mezzo espressivo di cui delineano forma e contenuto per travalicare i limiti imposti dalla campitura spaziale.

Paolo De Grandis

President PdG Arte Communications
Director Musée Hassan, Rabat, Morocco

(2017)

 

PICASSO RE LOADED

“Picasso Re Loaded” costituisce una tappa del progetto internazionale che dopo presenze importanti in Italia culminerà con una grande mostra a Casa Picasso a Malaga. L’omaggio di Bressani a Picasso, a colui che più di tutti è stato d’ispirazione all’artista delle stoffe. Da Picasso ha tratto l’insegnamento più importante, quello della scomposizione delle immagini tipica del periodo cubista e che ha rielaborato in chiave contemporanea per non dire del futuro, avendo creato una tecnica assolutamente nuova nel mondo delle arti. La rilettura di opere famose e conosciute anche dagli occhi meno esperti, permetterà al pubblico di scoprire nuove sfumature dell’arte, consigliando di non aver paura di rimettere in gioco certezze e capacità. Una mostra che arriva a generazioni diverse, parlando il linguaggio tipicamente giovanile capace di stupire nella sua apparente semplicità tipica di chi invece ha un grande bagaglio culturale.

Re loaded, far ripartire… questo termine ci riporta ai vecchi commodore64 che quando si bloccavano andavano forzatamente fatti ripartire, ricominciando tutto da capo… un ctrl alt canc contemporaneo per ridare energia, ricominciare dall’inizio rischiando di perdere tutto. Parte essenziale del titolo di questa grande mostra omaggio a Picasso, ma anche denominatore comune della vita di Bressani e, per chi mi conosce, anche della mia.

Un rimettersi in gioco così profondamente da lasciare ogni certezza, ogni passo compiuto per cambiare strada; non una scorciatoia o un rimedio ad errori, ma una vera e coraggiosa ricerca di se stessi per dare il meglio alla vita, inseguendo la propria passione ed attitudine innata.

Bressani stravolge certezze per dare fiato al suo essere artista, stravolge superfici e tessuti per dare loro nuova funzione, scompone immagini del quotidiano, della natura e di Picasso per rileggerle in chiave contemporanea, scrivendo nuove pagine ad una storia che sembrava già completa, per insegnarci che nulla è mai realmente finito e che da arte può nascere nuova arte, capace di dialogare con generazioni diverse, capace di farci comprendere che il principio del vero sapere è il sapere di non sapere, non solo nei teoremi, ma nella vita di ogni giorno.

 

Serena Mormino

Curatrice e Critica d'Arte
Curatrice MUSEO DEL PARCO
Centro Internazionale di Scultura all'Aperto di Portofino
Presidente Associazione Culturale AMARTE

(2017)

SERENA MORMINO

Eccomi, come sempre quando mi accingo a scrivere un testo critico o meglio a gettare emozioni, sensazioni e conoscenze come un fiume in piena, davanti ad un foglio bianco con la Mia penna e, questa volta, il contrasto con la contemporaneità e la tecnologia è ancora più forte… non la tastiera di un computer generazione 2.0, ma alla vecchia maniera scrivo, riprendo, correggo, aggiungo… di solito scrivo in piena notte, nel silenzio assoluto e ovattato; oggi, invece, c’è il sole, sono in compagnia della musica, musica alta, piena di energie, che arriva dal mio Ipod… almeno in questo sono contemporanea… mi immedesimo nello studio atelier di Stefano Bressani, in un palazzo storico dell’antica Pavia, tra colori vivaci, stoffe, la sua vespa d’epoca, presenza iconica del suo essere… ed ecco che le mie mani cuciono la sua arte con le parole…

Bressani, a chi ha la fortuna di conoscerlo profondamente, appare quasi surreale, come un personaggio di fantasia ma di una concretezza rara; l’amico immaginario che ognuno di noi vorrebbe; il protagonista maschile che non c’è, ma bisognerebbe aggiungere, nel romanzo “Alice nel Paese delle meraviglie”… il suo cilindro ci fa sorridere, i suoi colori ci ammaliano e fanno tornare il sereno nelle nostre menti e la sua tenacia, precisione, determinazione ci sorprendono e contagiano!

La sua arte attrae generazioni e culture diverse, è universale, facile da leggere nell’immediato, anche se ricca di simbologia che solo allo spettatore più attento è dato comprendere; dialoga benissimo ed efficacemente da sola con il suo interlocutore; ma con Bressani più che mai, il poter conoscere anche la persona che genera questa arte “fantastica” è determinante per poter entrare a far parte del suo mondo colorato.

Contaminazioni di tempi, di epoche storiche che grazie alla sua tecnica e alla sua indiscussa competenza e conoscenza artistica, grazie al suo innato senso di appartenenza al mondo, al miracolo della vita che, in quanto tale, non necessariamente deve essere collocata in un periodo, calendarizzata, sembra dialogare continuamente tra passato e presente. La sua passione per gli anni d’oro, per i decenni della Dolce Vita e della Pop Art, con il desiderio e necessità interiore della scoperta dell’ignoto, dell’evoluzione e del futuro, permettono alle sue opere di galleggiare magicamente nello spazio con infiniti viaggi nel tempo.

Opere di assoluta contemporaneità, dietro cui si nasconde una pregevole tecnica incisoria ormai quasi sconosciuta alle nuove generazioni; conoscenza del percorso americano della pop art, ma non affiancamento esclusivo a tale corrente; capacità fotografica e della sua scomposizione di immagine; ma anche tecnica di progettazione e di chirurgia plastica scultorea, fanno di Bressani punto di partenza per nuove forme di espressione artistica; in questo caso non rompe gli schemi della storia dell’arte ma, forse con ancora maggiore maestria, li scompone e li riassembla in qualcosa di assolutamente nuovo.

Bressani non è artefice e padre solo dei suoi quadri e dei suoi tessuti, ma anche della tecnica stessa che ha sapientemente elaborato negli anni, fino a renderla perfetta ed accademica.

Ogni sua opera cela segreti, nascosti dietro ogni colore, scelto non per caso o semplice armonia cromatica, ma con emozione, sensazione tattile, ispirazione e ricerca; segreti celati e fissati con la forza dei suoi chiodi, cuciti con le sue pennellate materiche nere che uniscono indissolubilmente ogni trama, ogni piega, ogni congiunzione… come fossero cicatrici del bello, della perfezione, rughe piene di vita, di consapevolezza, di forza che, con la loro fondamentale presenza, rendono tridimensionale l’opera, le danno vita, come fossero l’anima stessa della sua arte.

Le incoerenze della vita, le esperienze, i dolori sono ingredienti fondamentali nel percorso umano; appaiono spesso inutili e misteriose di primo acchito, ma costituiscono il labirinto che dobbiamo percorrere per arrivare ad essere ciò che siamo; ed ecco che i chiodi di Bressani simbolicamente tengono fortemente saldi attimi del vissuto ed, ancor più, le rughe nere delle sue opere ci appaiono come la strada percorsa e le scelte quotidiane essenziali per arrivare a scrivere la nostra esistenza.

Le sue incisioni contemporanee di tessuto rappresentano un contrasto assoluto ma altrettanto equilibrato tra l’Arte Povera della Venere degli stracci di Pistoletto, i chiodi di Aubertin, rovesciati perché essenziali e non violenti e la ricchezza della scuola maestra dei mosaici Bizantini… due epoche che grazie a Bressani vivono il contemporaneo ed il futuro; due scuole di eccellenza italiana nel mondo che si congiungono come in un viaggio nel tempo che solo un mano sapiente, come quella del sarto dell’arte, poteva rendere possibile.

Gioco continuo di superfici che aumentano e da tela diventano scultura per poi tornare, nel loro insieme, ad essere opere che anche all’occhio più esperto, da lontano appaiono lavori pittorici, lasciando l’emozione di sorpresa e stupore, ma mano che ci si accinge ad osservarle da vicino.

Sculture vestite, come le identifica ormai la storia dell’arte contemporanea, i lavori di Bressani congiungono tre mondi apparentemente diversi e distanti come quello di pittura, scultura ed architettura che, sapientemente, l’artista ci insegna, ci dimostra che possono coesistere su una stessa tela.

Se ci accingiamo ad “entrare” nelle sue opere, percorrendo le rughe nere, linee profonde come fossero gole e vallate tra i suoi paesaggi colorati, ecco che ci troviamo circondati da monumenti, grattacieli, monti, percorrendo strade talvolta lunghe e dirette verso la meta, spesso tortuose e ricche di deviazioni, di scelte da prendere, come in un labirinto in cui i colori ci possono certamente aiutare con un gioco di memoria visiva, ma anche sorprendere come accadde alla protagonista del Mago di Oz… perché per arrivare alla nostra essenza la vita ci impone decisioni, rinunce, convinzioni ed errori, percorsi talvolta assurdi ma che, insieme, compongono il nostro “io”.

Ed ecco che i colori di Bressani ci appagano lo spirito e cancellano inquietudini, come la magia di un arcobaleno, dandoci un senso di appartenenza al mondo che spesso nella frenesia della quotidianità e dei drammi della vita, ci sembra aver perso… come quando finisce un brano musicale… o ancora quando il sole sembra spegnersi oscurato da un forte temporale…

Entrare nel mondo colorato delle sue incisioni contemporanee, delle sue sculture vestite, ci consente di fare un altro viaggio fantastico nel tempo, nella dimensione, nella tecnica, scoprendo un mondo astratto sapientemente celato nelle rughe del figurativo, perché anche laddove tutto sembra scritto ed elementare, si nasconde sempre un’essenza più profonda, una necessità di ricerca. Proprio come i colori sono e generano luce ed energie, così l’Arte è vitamina ed energia fondamentale della nostra vita, comunicando ogni istante qualcosa di nuovo.

Serena Mormino

Curatrice e Critica d'Arte
Curatrice MUSEO DEL PARCO
Centro Internazionale di Scultura all'Aperto di Portofino
Presidente Associazione Culturale AMARTE

(2016)

RODOLFO GAFFINO ROSSI


Il mese di settembre 2014 segna, per il Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, una tappa importante nella storia di rinnovamento dell’ente. Dopo la ristrutturazione e riapertura del 2011, solo ora si possono infatti considerare conclusi i lavori di completamento del MAUTO: alla struttura architettonica rinnovata e agli spettacolari allestimenti scenografici, si è aggiunta l’operazione di ultimazione e sviluppo di quei lavori che, per motivi tecnico-finanziari, non si erano potuti concludere nella prima fase del progetto.

Grazie all’utilizzo delle nuove tecnologie digitali e alla rete Wi-Fi aperta e gratuita, il Museo mette a disposizione dei visitatori un patrimonio di dati, raccolti e indicizzati nel corso degli ultimi due anni: un vero e proprio Albero della Conoscenza ovvero un sistema di approfondimento tematico concepito per essere in progress e consultabile - durante la visita - attraverso smartphone personali, totem multimediali o Ipad in dotazione. Sarà aperto al pubblico il Garage Visitabile, spazio in cui - previa prenotazione - si possono ammirare le vetture della collezione che non trovano posto nel percorso. E poi, negli spazi al piano terra attigui alla zona delle esposizioni temporanee, l’area dedicata al design è stata completamente riallestita con spettacolari approfondimenti finalizzati a promuovere una più ampia conoscenza del car design.

Un’occasione per riflettere su quali risultati può produrre una contaminazione efficace e costruttiva tra creatività e applicazione, tra innovazione e didattica, tra memoria del passato e slancio verso il futuro.

Ed è proprio in questo periodo di rinnovamento che il Mauto è lieto di accogliere in una mostra temporanea le opere di Stefano Bressani, sostenendo con convinzione l’idea che il Museo, contrariamente al pregiudizio che ancora in parte lo accompagna, debba essere un luogo nel quale espressioni artistiche differenti possano trovare spazio per dialogare con la collezione stabile che ospita.

La parola d’ordine che unisce le diverse parti del percorso all’esposizione dell’artista è creatività. La creatività che ha reso la storia dell’automobile un’avventura meravigliosa puntellata di lampi di genio e sfide coraggiose. La creatività dei carrozzieri, dei designers e di tutte le maestranze che hanno contribuito, nei decenni, a rendere l’automobile un vero e proprio oggetto di culto. La creatività che vogliamo coltivare ospitando giovani allievi delle scuole di design da ogni parte del mondo.

E la creatività innovativa di Stefano Bressani che espone, nella sala mostre del Mauto, opere uniche nel loro genere, risultato di una tecnica artistica che coniuga mirabilmente estro e artigianalità. La cosa che mi ha affascinato di questo giovane artista pavese è l’entusiasmo con il quale racconta sé stesso e le sue opere che sono una vera e propria “esperienza”, tele pop, esplosioni di colori, intrecci di materiali che trasformano l’immagine fotografica di partenza in una vera e propria “scultura vestita”. Il tutto realizzato attraverso un’eccezionale capacità artigianale di gestire le stoffe, le cui differenze nella trama e nella consistenza vengono usate per enfatizzare i volumi. “Ogni atto di creazione è, prima di tutto, un atto di distruzione”: con poche parole Pablo Picasso - che Bressani omaggia nella mostra al Mauto con una serie di cinque tele - aveva comunicato il senso della sua decostruzione cubista. In un modo simile e con il rispetto dovuto a un grande maestro, Bressani lavora per destrutturare letteralmente la realtà - incidendo e riassemblando i materiali tessili - al fine di restituirne un’esperienza quasi onirica e sensoriale, come a sottolineare che le realtà possibili sono infinitamente combinabili come gli scampoli nel suo laboratorio.

Rodolfo Gaffino Rossi
Direttore Museo Nazionale dell’Automobile - MAUTO Torino
(2014)

MASSIMO BONELLI

"I colori del Rock" di Stefano Bressani

Non sono un esperto d’arte. Alcune immagini, i loro colori, mi trasmettono le stesse emozioni che mi trasmette certa musica. Questi, per me, sono: “I colori del Rock"
Benvenuti sul pianeta delle stoffe, benvenuti tra le “sculture vestite” di Stefano Bressani.
Quando osservo i lavori di Stefano Bressani, non sono solo gli occhi a bearsi ma soprattutto il cuore. E alle mie orecchie arrivano buone vibrazioni.Immergersi in atmosfere pop rock grazie alla tridimensionalità delle sue opere, è immediato. Sfumature, tonalità, dettagli perfetti riprodotti in uno stile unico: le stoffe usate come fossero i colori della tavolozza di un pittore e, al posto dei pennelli, affilate forbici. L’opera ti appartiene, ti è vicina, è reale e quasi ti assale in tutta la sua prorompente bellezza ed eleganza. La sua profondità esiste al tatto.

Sono stoffe che arrivano da lontano. Ma non semplici scampoli o tessuti acquistati a metro: sono parti di abiti, vestiti che, a loro volta, vestono l’opera. Rinascono con un nuovo scopo, dopo essere stati smontati.
Ogni colore è una ricerca. Nulla è lasciato al caso, ogni minimo dettaglio è curato come si cura l’arrangiamento di un brano musicale. Nella scultura,  le stoffe, i suoi colori, si intersecano in un assemblaggio perfetto, armonioso, preciso a tal punto da farti sentire le note più sottili.
Nel suo studio, Stefano Bressani compone come direttore di un’orchestra di stoffe, riuscendo a creare una sua personale visione delle magiche melodie dei Beatles, dei visionari viaggi psychedelici dei Pink Floyd, del rythm’n blues di Ray Charles, dell’elettrica personalità di Jimi Hendrix… Le fibre sono le corde della sua chitarra, lo spesso strato di polistirolo che abilmente ricopre è la sua tastiera, i chiodi di metallo che fissano idealmente l’immagine, sono gli ottoni della sua orchestra.
Recarsi ad una sua mostra è come andare ad uno spettacolo. Sei avvolto e coinvolto da variopinte opere che creano immediatamente un’intesa con il pop, con il rock, in un’atmosfera di intensa e viva emozione. L’artista rende visibile la musica.
Stefano Bressani è un prezioso artigiano. Il suo lavoro sulle stoffe, come fossero note, serve a comporre un mosaico di tessuti colorati di diverse dimensioni e spessori che ti sorprendono per la loro tridimensionalità. Stai ascoltando i suoni da un ottimo impianto, suoni che ti arrivano da tutte le direzioni, creando una magia rara. Le sue sono immagini che appartengono ad un linguaggio universale, ma che finora non avevate ancora visto. Questo è il suo stile. Solo ed unicamente suo.
Per capire a fondo il mondo delle “sculture vestite”, vi suggerisco di curiosare nella sua “galleria” nel sito www.stefanobressani.com:  troverete un concerto di stoffe e colori di rara bellezza. Immagini di estrema originalità: icone della musica e del cinema, personali tributi a Picasso, il suo artista prediletto, interpretazioni di luoghi e monumenti storici e tante altre opere, frutto di talento e fantasia.

Massimo Bonelli
Ex Direttore generale Sony Italia
(2015)

 

CARLOTTA CANTON

 

“Benvenuto sul pianeta delle stoffe”…. così esordisce Stefano Bressani, quando lo incontri per la prima volta. 

In questa esclamazione, che riporta ad immagini cinematografiche, c’è racchiusa la vera essenza dell’arte di questo vulcanico artista; certo, perché quello che Stefano Bressani ci propone è un mondo nuovo, personalissimo e originalissimo, che trova la propria genesi nella mente sperimentale e pirotecnica dell’artista.

Facile e immediato sarebbe accostare questo mondo fatto di colori vivaci, di energia, di icone cinematografiche e della musica, alla pop art, ma si finirebbe  per inglobarlo in un pezzo di storia già scritto; l’arte che ci troviamo di fronte è invece di assoluta originalità, un linguaggio unico fatto con strumenti unici.

Le “Sculture Vestite” di Stefano Bressani aprono il panorama su un nuovo modo di pensare, vedere e concepire l’arte.

Stefano è partito dall’attrazione che l’opera di Picasso, nel suo periodo cubista, esercitava su di lui; è così che la frammentazione e la ricomposizione delle immagini si sono fatte parte integrante della sua ricerca stilistica e tecnica: conciliare tutto questo è diventato il suo lavoro di artista.

La sperimentazione di nuovi supporti e l’amore per le stoffe hanno fatto il resto, e una base solida acquista la tridimensionalità della vita grazie ai colori e alle diverse trame dei tessuti.

La pittura è una professione da cieco: uno non dipinge ciò che vede, ma ciò che sente, ciò che dice a se stesso riguardo a ciò che ha visto.” Questo diceva Picasso, nel definire la sua arte, e in fondo anche Stefano traduce le proprie emozioni e sensazioni con le sua originale tecnica.

Quando qualcosa o qualcuno catalizza lo sguardo dell’artista, l’immagine viene catturata e immediatamente portata in bianco e nero e qui comincia la genesi dell’opera d’arte.

I ricordi che l’immagine ha lasciato impressi nella mente e la fantasia lasciata libera di esprimersi, fanno il resto: Stefano frammenta le immagini sul supporto rigido e poi comincia a colorarle, traducendo tutto quello che sgorga dalla sua mente e dalla sua anima in pezzi di tessuto, che si compongono man mano che vengono assemblati e non solo i colori ma anche le differenti trame e orditi, contribuiscono a creare quella vita di cui sono piene le “sculture vestite”.

Le opere di Bressani catturano all’istante lo spettatore, lo rendono parte dell’opera stessa che è fatta per essere guardata e interpretata da occhi diversi; la profondità degli sguardi nei ritratti che raccontano l’essenza di chi è stato catturato in quell’istante dall’artista, le geometrie delle architetture metafisiche che offrono angoli prospettici inaspettati, oggetti di culto che prendono vite proprie.

Allungare una mano per toccare cosa abbiamo davanti agli occhi, viene naturale e immediato; la commistione dei due sensi, vista e tatto, così come la predominanza del tatto sulla vista, danno origine a intense emozioni.

E un gesto sicuro, ossia l’inserimento di un vero chiodo sull’opera d’arte, suggella per sempre visoni ed emozioni.

 

Carlotta Canton
Galleria DAVICO - Torino

FRANCESCO MUTTI

 
Identità. Ognuno di noi ne possiede una, sola, inviolabile... Anche se sempre più spesso ci sentiamo dire il contrario, vittime di un contagio pressoché ininterrotto tra noi e il mondo che ci circonda. Chi influenza chi... Chi fa la prima mossa. Difficile stabilirlo... Identità. Preziosa comunque. Sacra a tal punto che, oggetto di nostra totale cura e attenzione, spesse volte ci dimentichiamo di averne una; e finiamo per non conoscere veramente noi stessi. Difficilmente comprendiamo fino in fondo di che pasta siamo fatti, di quali gesti siamo capaci, quali sentimenti possiamo provare. E ci sorprendiamo ogni volta della portata del nostro "io". Ci affidiamo ad altri invece, confidiamo in loro, fedeli nell'ascoltare, nel sopportare, nell'annuire. Anche se... Continuamente aneliamo uno squarcio, passaggio di una "lama sottile", per rivendicare la nostra presenza.

Per un artista tutto è più complicato. Egli desidera ardentemente proporre la propria identità - che sia quella umana o quella, a maggior ragione, derivante dal suo lavoro: ma come dargli loro torto? Viviamo in un'epoca così fuggevole che "per quei quindici minuti di notorietà" alcuni potrebbero anche fare follie. Eppure esistono ancora delle eccezioni: artisti che si concedono, umilmente, all'arte. E che fanno in modo che la loro identità si fonda con quella dei soggetti che riproducono. E' un patto, una sorta di contratto infatti: trovarsi a metà strada, donare qualcosa l'uno agli altri. L'artista concede l'eternità. Coloro che si prestano donano le loro vite. Ed è, alla fin fine, uno scambio equo.

Bressani ha fermamente voluta e trovata la propria identità: cercando di farsi strada, incuneandosi così come i tasselli delle sue opere, negli strati multiformi di quell'arte contemporanea a noi più vicina. E ha compiuto questo passo cambiando se stesso, modificando ciò che pensava dell'arte (prima) e delle tecnica (durante) per arrivare a soluzioni che gli permettessero di esprimere ciò che desiderava: quell'innata sensibilità che giorno per giorno lo voleva coinvolto in prima persona, sempre. Ha addirittura dovuto direzionare la sua metamorfosi, in corso d'opera, fermandosi e ripartendo, quando, da artista di cavalletto qual'era - nel senso meramente pittorico del termine - ha sentito la spinta a dialogare direttamente con la contemporaneità: non esiste arte senza idee; non esistono idee senza tecnica. E, di conseguenza, non esiste unicità d'arte se non si propone un'unicità di tecnica. Altrimenti si rischia di cadere nel già visto, nel già fatto. Bressani ha tentato, prima che affrontare il "problema dell'arte", di costruirsi la tecnica: qualcosa che fosse assolutamente suo, personale, che invadesse ogni esperienza artistica che la sua vita gli aveva proposto, prendendo da ognuna di queste qualcosa; e che gli restituisse una tecnica misurata ma solida ed efficace, di cui fosse il solo e unico depositario. Pochi al giorno d'oggi possono vantare la forza di crearsi i propri strumenti dal nulla; e un ingegno speculativo per farlo. Bressani l'ha fatto, indagando i suoi materiali e piegandosi alla loro volontà, tentando, fallendo e rialzandosi ogni volta, fino a giungere alla realizzazione di strumenti - bulini dalle sezioni e forme più disparate che sono più che altro la continuazione del suo braccio - con i quali egli può finalmente insinuarsi nella materia polistirenica senza pericolo, con totale controllo. Tale è la ricerca dell'artista: ed è encomiabile.

Un'esigenza fondamentale però arriva a determinare le scelte di chi osserva le sue opere: scegliere se assimilare i suoi soggetti, icone proposte come le sole uniche protagoniste; o farsi guidare dall'intuito, preferendo una lettura dal profondo a quella epidermica. In entrambi i casi, comunque, giungeremmo alle medesime conclusioni. E' quindi solo per comodità che scegliamo una strada piuttosto che un'altra: è una proposta, la nostra, che non vuole influenzare né tanto meno forzare; ma piuttosto una via, una strada: e come tale si può scegliere di percorrerla o meno. Senza negare valore all'esperienza visiva che le opere trasmettono.

Scrivevamo della volontà di ogni singolo artista legato al più recente panorama dell'arte di sentirsi parte di una comunità - ancora - artistica. Bressani ha in sé il paradosso dell'attuale situazione che tale panorama presenta agli occhi di tutti, esplicitandolo però con sincero entusiasmo e una totale noncuranza. Che andrebbe letta "genuinità". Gli ultimi 50 anni sono stati caratterizzati da una costante, ripetuta e sempre più aggressiva campagna di iconicizzazione di ogni aspetto della cultura che investisse la società tutta: non ultima, quindi, l'arte. Per certi versi, oggi potremmo affermare che molte delle esperienze visive che sentiamo più propriamente come nostre, assimilate e presenti nelle nostre menti, non ci sono però state proposte fisicamente, con esperienze reali e dirette; ma piuttosto indotte, a livello subliminale, da questa nostra società: per osmosi, persino l'Arte si è fatta strada goccia dopo goccia e ci ha inviate decine, centinaia di immagini che oramai fanno parte del nostro comune sentire. Esperienze che conosciamo senza conoscere, immagini che hanno il sapore del déjà-vu senza neanche mai averle vissute in prima persona. Ma che continuano però ad affascinarci. Bressani traduce nelle sue opere così tante esperienze artistiche che sarebbe lecito domandarsi se non sia, prima che omaggio, plagio; prima che ingenuità, scaltrezza. Ma non è affatto così: quello che sorprende di Bressani è come lui sia faticosamente arrivato a determinare la sua arte proprio in virtù di quell'osmosi, spesse volte assolutamente inconsapevole; così come affascina il fatto che abbia raggiunto risultati di sicuro avvenire solo con la sua solida volontà di ricerca. In effetti sbalordisce quanto i suoi lavori possano avere in comune con alcuni grandi del passato anche recente: territori sicuri, per i meno esperti; minati per chi combatte ogni giorno sul campo. Infatti dialogare con certi autori non è affatto facile e sempre più spesso ci sottopone cadute di stile; o discutibili "licenze assolute" in nome dell'arte. In un tale contesto il pericolo è sempre dietro l'angolo: e dietro un omaggio si può nascondere qualcosa di veramente diverso. In Bressani, fortunatamente, non si ha mai, in nessun caso, questa sensazione. Si percepisce un senso di leggerezza espressiva realmente libera, sinceramente protesa verso il mondo esterno.

Discutendo con l'artista vengono fuori alcuni, grandi nomi: e sorprende che il primo non sia il più scontato. Si osservano le sue opere e sempre di più appare evidente il tributo che egli deve alle ragioni del primo astrattismo: così come la primissima stagione, quasi 80 anni fa, partiva dai soggetti più classici cercando di considerare cosa fosse realmente necessario mostrare e cosa invece non lo fosse, eliminando sempre di più il superfluo; così i suoi soggetti, adesso studiati attraverso il mezzo fotografico diretto ma senza debito alcuno dovuto alle moderne tecnologie, vengono scandagliati alla ricerca di incavi e rotondità, più specificatamente piani e volumi, nella sicurezza che non tutto è strettamente necessario alla loro restituzione. Bressani individua ombre e luci con tagli netti, dall'andamento cromatico ben definito: nel seguire la naturale direzione di quegli elementi che la fisiognomica determina e gli studi di anatomia consigliano, egli sceglie le sue campiture processando mentalmente l'astrazione di cui ha bisogno in sagome che da sole non avrebbero senso ma che, incuneate l'una accanto alle altre e auto sorreggendosi come una costruzione architettonica d'altri tempi, recuperano l'immagine di partenza. A questa operazione non sfuggono neppure i fondi, non più lasciati indistinti ma foggiati a secondo dell'incidenza propria della luce. L'operazione ha dell'assoluto; l'immagine, l'icona raffigurata, ci appare in tutta la sua procace bellezza, o straniante e scioccante audacia; o naturale sensibilità; o struggente malinconia. I soggetti non riescono a mentirci, non riescono a celarsi: non possono; non vogliono. Ciò che era superfluo è stato tagliato via e ciò che rimane è la loro istantanea bellezza.

Non si nega che, a un secondo attento sguardo però, altri artisti si presentino a batter cassa: rendendo loro merito ci sentiamo di farlo al nostro ugualmente, poiché egli rende esplicito quanto la loro lezione abbia avuta piena disponibilità da parte dell'Arte. Nespolo e Boetti, Adami e Christo, Warhol e Lichtenstein, Haring: ma sono solo alcuni; e ognuno di questi artisti lo si può recuperare nelle opere di Bressani. Con modalità anche per lui insospettabili. Più comunemente assimilato ai lavori su tavola di Ugo Nespolo, dal maestro Bressani però differisce nella ricerca di volumi compositi: egli - Nespolo - ama dipingere i suoi acrilici incidendo il legno per individuare le forme, campendole poi con tonalità dissonanti, dirompenti per certi versi, in continuo contatto con quella dimensione "giocosa" che è e dovrebbe essere il "fare arte". Bressani ricerca invece una realtà volumetrica sensibile; e ogni sagoma incuneata è elemento a sé eppure parte imprescindibile di un tutto. Egli non campisce a piacere, Bressani non crea sequenze di positivi e negativi; anzi: il processo di astrazione mentale che egli opera lo indirizza verso una resa della realtà riconoscibile che l'artista non vuole mai dimenticare. Plausibilità forse è il termine che più si adatta a Bressani: ed è una certezza che ogni sua opera si possa dire "vivente" all'interno dei propri confini. Non mancano comunque ulteriori riferimenti a personalità artistiche che hanno dato un incredibile contributo a questi ultimi 50 anni: il nostro ha il sapore di Adami - Valerio -, italiano di nascita eppure francese di profonda adozione, quando comprende l'importanza che rivestono contorni netti e ben delineati. Ma anche nella scelta dei suoi soggetti, Stefano rivela un'inspiegabile - se non a livello "altro" chiaramente - affinità con le scelte del maestro di Bologna, per il quale ciò che nella sua arte diventa icona lo è, di volta in volta, di marca spiccatamente classica e letteraria; ludico-sportiva; addirittura esaltando ambientazioni meno auliche come taverne e bar, dove egli gioca sulla teatralità degli eventi - che sono la vita - e sulla comunicabilità delle storie grazie a stese cromatiche lisce e decise perfettamente inquadrate. Proprio per questo non ci sorprendiamo di ritrovarvi quella medesima ricerca di astrazione dalla realtà a cui facevano riferimento per Bressani: dunque un linguaggio molto simile nel suo incipit e altamente differente nella resa visiva - che pare essere la sola caratteristica che, a un esame attento, possa accumunare Bressani sia a Nespolo come ad Adami. Vengono per questo in mente pure quei trionfi di colori e forme che sono i "Tutto" di Alighiero Boetti, genio italiano di un'arte povera nei materiali ma non negli intenti che viene già celebrato come nuovo Fontana. Pure, diversamente da Boetti - che l'artista assicura aver omaggiato emotivamente ma mai artisticamente - se in quei fragorosi "Tutto" dove graffitisimo e forme si fondono senza sosta, sagome ben delineate rimandano a nient'altro che a loro stesse, nelle opere di Bressani ogni tessera risponde a un'esigenza comunitaria che è indissolubile e sulla quale l'artista stesso fonda la medesima sostenibilità dell'opera.

Già, le sue opere. Quelle di Bressani. Chiunque, osservando in tutta onestà le sue Marylin, non esita nel mettere in atto un confronto: non tanto dal punto di vista iconografico - in quanto come già ampiamente dimostrato, a Stefano si deve un'assoluta quanto genuina visione dell'arte - quanto dal punto di vista iconologico. Ciò che Lichtestein prima e più globalmente Warhol dopo trasmisero fu una volontà ferrea dell'arte di spogliarsi dei soliti indumenti e abbigliarsi con ciò che la cultura di quella stessa società che li aveva partoriti - cultura intesa come variegata congerie di esperienze - stava producendo. Cinema, fumetto, pubblicità, musica, ogni stadio dello star system, ogni settore della produttività diveniva per loro simbolo della società e, come tale, degno di essere elevato a "nuova icona". Ampia diffusione - ma oseremmo dire universale diffusione; facilità di lettura - ma potremmo scrivere immediata; e piena, totale riconoscibilità: queste sono le caratteristiche che, a oggi, più si fanno ricordare di quella feconda stagione artistica. Nella quale mutarono le divinità e i modi di raffigurarle, simboli di una società intera che stava faticosamente recuperando i propri miti. E dove non poteva, ne stava creando altrettanti. La Pop[ular] art questo era: espressione universale di una società post bellica che non aveva più alcuna intenzione di restare in silenzio. Di una società che sentiva profondamente di aver fatta la storia e che adesso voleva finalmente anche fare arte. Bressani non può non aver assimilato tali messaggi, sia anagraficamente - figlio di una cultura ormai impregnata del termine pop; che artisticamente - proprio in virtù dei messaggi subliminarmente trasmessigli nei suoi anni di studio. Ciò che più emerge nei suoi lavori è comunque proprio quella volontà di espressione tipica dei grandi comunicatori: e un artista che non comunica non è un artista. Che ne scrivano illustri commentatori.

E' forse la comunicabilità infatti l'aspetto che più affascina nelle sue opere: saper addirittura limare quella distanza che intercorre tra l'universo che egli crea nei suoi lavori e quello del fruitore. La scelta stessa di rivestire i tasselli incisi - rivestire, si badi, non cucire - che vanno a determinare volti, busti, arti - poiché pur sempre "sculture vestite" egli le definisce - di tessuti dei più vari è di per sé una scelta audace benché necessaria: solo in questo modo l'artista riesce a ridurre tale distanza, intersecando le due realtà fino alla loro parziale fusione. Fattore importante: la scelta di tali fogge piuttosto che altre sottende sempre a una preventiva aderenza al reale. Tale decisione, Bressani, la compie da sempre: vi trova elasticità, lucentezza, plasmabilità, perfetta aderenza all'immagine mentale che i suoi soggetti gli trasmettono. E pure una dose di ordinaria follia visionaria, tipica dell'artista che "vede" laddove gli altri non scorgono nulla. Del resto questa mimesi della realtà non ha la stessa valenza di molti progetti di landart di Christo dove le sue telature follemente reali sono ribadite nei piccoli bozzetti che precedono le sue (loro) realizzazioni? E come dargli torto: chi osserva in silenzio dovrà comunque sapere a che cosa andrà incontro. L'artista non fa altro che donare una piccola immagine del futuro, giocando appunto sulla tridimensionalità dei suoi progetti. Che poi questi, per ragioni o per altre, non siano stati tutti realizzati poco interessa. La grandiosità di successi quali il Reichstag a Berlino o Central Park a New York a esempio meritano qualche caduta. In conclusione, affermare che Bressani sia stato sempre del tutto all'oscuro di queste, come di altre, molteplici e fondamentali esperienze artistiche sarebbe comunque un errore: se è pur vero che ognuno possiede la libertà di determinarsi il proprio cammino - artistico ancor di più - è anche vero che all'artista, in quanto tale, spetta quella facoltà intuitiva che gli concede di selezionare tali esperienze meglio degli altri. Bressani ha compiuto negli anni la propria personalissima sintesi, figurativa e tecnica, partendo da premesse che forse non esplicitamente riconducevano agli esempi da noi citati, ma che di certo ne condividevano gli ideali, le vie, le mete. E il solo fatto di aver raggiunto risultati come quelli che si mostrano nelle sue opere ci fa ben sperare per il futuro.

Francesco Mutti - Storico dell'arte (2010)

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Stefano Bressani e Picasso

L'eredità di Picasso è immensa. Eppure così ingombrante. Ancora oggi, a distanza di anni - dalla sua morte o dalle sue celebri opere, dai suoi amori o dai risultati che ne attestano il valore economico e dunque assoluto - il percorso di un artista non può prescindere dal confronto con il pittore spagnolo, dando vita a celebrazioni e ricorrenze che hanno molto più in comune con l'agiografia che con l'arte vera e propria. Come se tale confronto significasse appartenenza o condivisione. Del resto la lezione di Picasso è da sempre assai complessa; e va ben oltre il servile utilizzo critico e letterario subìto negli anni dallo stesso cubismo e dai suoi principali attori (oltre Picasso, tra tutti Braque, Legér ma anche Delaunay, Picabia, Duchamp e persino il nostro Severini): una complessità intellettuale e sociale oltre che artistica, una vera e propria rivoluzione all'interno di quella cultura profondamente conservatrice che aveva da poco metabolizzato lo scisma impressionista assimilandolo ed elevandolo a supremo ordine delle cose; e che si sarebbe dovuta confrontare con il nuovo che prepotentemente avanzava (a Monaco e Vienna Kandinsky e il suo Cavaliere Azzurro; tra la Francia e l'Italia la stagione futurista). Eppure Picasso li superò tutti: e citazioni ed omaggi, così come speculazioni mirate od ingenue sciocchezze, inopportune in arte quanto la mancanza di ispirazione, imperterrite ne hanno col tempo veicolato il linguaggio e promosso le idee, alimentandone a dismisura la fiamma. Purtroppo, non è tutto oro quello che luccica: e il profondo cambiamento prospettato da Picasso ha visto modificarsi la propria intensità strada facendo, per giungere alle grandi masse non come sofferta evoluzione di una brillante società sull'orlo del baratro ma come prodotto di una sottocultura popolare benevola ed allargata, dimentica delle lotte e delle ripercussioni che certe sue soluzioni ebbero proprio sul loro tempo. Guernica, ad esempio, fu una di queste. La riposta di Picasso alla commissione assegnatagli dal governo repubblicano comunista spagnolo per la decorazione del padiglione nazionale all'Esposizione Internazionale di Parigi nel 1937 si fece cronaca, immediata e feroce: una presa di posizione decisa su ciò a cui la rivoluzione civile aveva portato e, con ormai assolute freddezza e rassegnazione, a ciò a cui gli stessi destini europei stavano volgendo. Picasso realizzò un'opera immortale, vero e proprio manifesto di una società che si era totalmente sfaldata sotto il peso delle proprie idee e convinzioni, figlie del progresso così come della follia. La ricca simbologia, le soluzioni pittoriche adottate, le invenzioni narrative, le stesse dimensioni dell'opera reclamavano assieme l'appartenenza alla storia dell'arte e dell'uomo, legato alla terra, alle tradizioni, alla religione, all'ingegno, alla sua natura meravigliosa e terribile.

Non è dunque tanto il confronto con il Picasso artista, a rendere difficile l'operazione. Non la ripetizione banale dei suoi stilemi, divenuti exempla già nel momento in cui egli li realizzava. Né tanto meno l'utilizzo incontrollato dei suoi celebri soggetti: sono lì per tutti, alla mercé di tutti e da tutti avvicinabili. È piuttosto l'assimilazione delle sue idee, lette, comprese e riadattate a uno scopo altro che, terreno assai incerto, rischia di far soccombere chiunque vi si cimenti. È quindi nella reale e profonda comprensione degli elementi cardine del linguaggio di Picasso che si risolve l'indagine dell'artista italiano Stefano Bressani: un'indagine sull'opera del grande Maestro che non compie oggi per la prima volta ma che affonda le proprie radici già nel momento in cui  egli diede inizio al suo percorso. E neppure allora si poté parlare di "omaggio": Bressani comprese l'enorme influenza che le soluzioni adottate da Picasso nel risolvere il problema di una nuova figurazione potevano avere sul contemporaneo se ben studiate, assimilate, riproposte, rinnovate; e maturò la convinzione che quella fosse la strada da seguire: scomposizioni ora in piani prospettici ora in piani luminosi della realtà percepita rappresentarono la matrice sulla quale costruire un linguaggio del tutto nuovo, plausibile ed originale. Ancora oggi stupisce la messa a punto di una tecnica che, alla luce soprattutto di questo suo ultimo e ambizioso progetto, riesce a tradurre gli studi picassiani in un codice contemporaneo ancora estremamente innovativo che ne connota inequivocabilmente la firma al di là di una superficiale ravvisata aderenza al genio del XX secolo; e che, soprattutto, ha in sé continui margini di miglioramento dovuti alle capacità di farsi interprete della realtà oggettiva. Figlio di una cultura in cui l'impossibilità reale di leggere l'opera di Picasso è stata aggirata dalla ingannevole brandizzazione del suo nome - per la quale anche solo appellare un'opera con la sarcastica formula "non è un Picasso!" significa comunemente privarla di qualsiasi carattere ed esporla al biasimo pubblico o a facili commenti - Bressani dunque mette in gioco la forza espressiva della propria arte, sostituendo alle imposte e accettate regole dell'hommage l'idea a lui ben più consona di recherche.

Francesco Mutti - Storico dell'arte (2015)

 

A spasso con la Rana

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